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Recensioni
Vol. 5, n. 1, anno 2014

d. boyd
It’s complicated. The social lives of networked teens
Yale University Press, New Haven + London 2014
Identità, Privacy, Dipendenza, Pericolo, Bullismo, Diseguaglianza, Competenza (literacy), Alla ricerca di un proprio pubblico: sono questi i titoli icastici degli otto capitoli che compongono il libro di danah boyd (da scriversi rigorosamente in minuscolo, come lei stessa spiega nel suo blog[1]), uscito alcuni mesi fa per i tipi della Yale University Press[2](e in corso di traduzione anche in lingua italiana[3]). Frutto di quasi dieci anni di ricerca etnografica sui siti Internet e di centinaia di interviste sulle pratiche digitali degli adolescenti, il libro fa il punto sui molteplici aspetti che ruotano intorno alle vite dei ragazzi negli ambienti digitali. Come dichiarato dall’autrice nella prefazione, «la mia speranza è che questo libro faccia luce sulle pratiche complesse e affascinanti su come i giovani americani di oggi cerchino di imparare chi siano in un mondo connesso. La mia speranza è che la lettura di questo libro vi porti a sospendere le ipotesi che avete sui ragazzi, nel tentativo di capire le vite sociali degli adolescenti in rete. In generale, i ragazzi stanno bene[4]. Ma hanno bisogno di essere capiti. Questo libro è il mio tentativo per fare esattamente questo» (p. xi).
Quello che emerge lungo l’arco narrativo del libro è proprio una polifonia di voci che chiedono di essere ascoltate e capite, prima di essere giudicate. Sebbene i singoli capitoli possano essere letti separatamente gli uni dagli altri, seguire il percorso lineare della narrazione espositiva conduce il lettore a capitalizzare quanto letto fino a quel momento per comprendere meglio la complessità del discorso che segue. Ci si ritrova così a dover riconsiderare le prospettive e i punti di vista che gli adulti, siano questi insegnanti, educatori o genitori, esprimono in merito alle abitudini che i ragazzi hanno sviluppato sull’uso delle tecnologie, specie dei social media. Ci si rende conto che, per quanto addentro ai diversi temi presentati, per quanto si padroneggi la letteratura scientifica specialistica del settore, si tratta sempre di discorsi costruiti dai “grandi” di cui spesso gli stessi ragazzi diventano portavoce inconsapevoli. La boyd riesce, invece, a decostruire quei discorsi e i miti che ad essi si accompagnano attraverso la mediazione di voci e testimonianze che provengono dagli stessi protagonisti. In un processo di approfondimento a spirali successive, le domande che vengono poste relative al modo in cui gli adolescenti vivono l’espressione di sé nei social media, gestiscono la propria privacy con coetanei e adulti, vengono a patti con comportamenti di dipendenza o di cyberbullismo, esprimono diversi gradi di competenza digitale, sono tutte funzionali a rispondere alla domanda fondamentale: cosa significa per un adolescente abitare e popolare uno spazio pubblico digitale?
Per poter comprendere appieno certe pratiche che nel nostro contesto geografico possono essere apparentemente delle aberrazioni o comunque delle estremizzazioni, la boyd delinea uno scenario sociale, quello statunitense, in cui la progressiva erosione degli spazi pubblici in cui i ragazzi possano incontrarsi e stare insieme è diventata sempre più allarmante. Nell’ambito di vite scandite da rigidi programmi scolastici ed extrascolastici, in cui tutto è preordinato e non lascia spazio all’inatteso o al nuovo, ai ragazzi non resta altro che incontrarsi nella rete, anche quando sono pochi isolati a separarli. La cultura della paura che ha portato nel tempo a chiudere in casa milioni di americani e a diffidare di qualunque estraneo possa avvicinare per strada i ragazzi (il monito dei genitori, a ogni latitudine, di «Non accettare caramelle dagli sconosciuti») ha trasferito, in realtà, quegli stessi pericoli nella rete, dove cyberpornografia, cyberpedofilia e malintenzionati di ogni tipo alimentano le ansie e gli incubi di genitori e adulti. I ragazzi si ritrovano così, come espresso efficacemente dall’autrice, stretti tra i rischi della vita reale e quelli della vita virtuale. Sempre più soggetti a controllo a casa e a scuola, la creatività degli adolescenti si traduce in mille modi diversi per sfuggire alla morsa dell’adulto “appollaiato sulla spalla”, sia questa reale o metaforica. Ecco allora sviluppare comportamenti in codice che a noi adulti possono sembrare di sottovalutazione della privacy o della propria integrità psicologica, ma che per i ragazzi sono i codici espressivi per poter comunicare e farsi capire gli uni dagli altri.
Uno specifico richiamo merita il tema della competenza digitale, che ha visto nel tempo dividere il mondo degli internauti tra nativi digitali e immigrati digitali o tra generazioni X e Y. Ampiamente dibattuto anche nel nostro Paese, esso nasconde in realtà, a detta dell’autrice, una sottovalutazione delle diseguaglianze e differenze che esistono all’interno delle diverse sacche sociali ed economiche degli adolescenti, così come un’assunzione di de-responsabilizzazione degli adulti nei confronti dei ragazzi. Piuttosto che assumere padronanza e consapevolezza spesso inesistenti, gli adulti dovrebbero farsi carico di promuovere nei ragazzi, molto spesso “ingenui digitali” (digital naïves), apprendimenti di crescente complessità.
Del tutto assenti quei toni pessimistici che hanno contraddistinto gli scenari quasi apocalittici di Sherry Turkle nel suo Insieme ma soli[5], il libro di danah boyd offre prospettive inedite e incoraggianti. Il registro semplice e la trama discorsiva scevra da appesantimenti tecnico-specialistici, demandati alle note alla fine del libro, lo rendono un libro adatto a chiunque abbia a cuore la comprensione di come gli adolescenti imparino a diventare grandi nel complesso e complicato mondo di Internet e dei social media. Una comprensione che richiede sospensione del giudizio e un ascolto reale. Perché, come dice l’autrice, «In generale, i ragazzi stanno bene. Ma hanno bisogno di essere capiti».
 
 
Stefania Manca
 
 
 
 
 M. Gui
A dieta di media. Comunicazione e qualità della vita
il Mulino, Bologna 2014
Costruito sull’analogia tra due eccessi di consumo (quello alimentare e quello mediale), il libro di Marco Gui ricostruisce, affidandosi a una ricca letteratura scientifica sull’argomento, i nodi critici legati alla sovrabbondanza di offerta mediale mediale nella società contemporanea, il superamento dei quali è essenziale, secondo l’autore, per la costruzione di una reale qualità della vita. Sono quattro, in particolare, le problematiche trattate nei capitoli centrali del libro.
La prima è legata all’eccessiva esposizione/uso dei media. Nel corso degli anni la quantità di tempo dedicata al consumo dei media è cresciuta esponenzialmente, con un’accelerazione inedita negli ultimissimi tempi. Citando una serie di ricerche, Gui sostiene che un tale sovraconsumo, soprattutto quando si rivolge a “contenuti preconfezionati”, “a basso costo cognitivo e alta attrattiva sensoriale”, è direttamente associato a una generale insoddisfazione di vita, anche in relazione ai disagi fisici che possono emergere. Se nel mondo dell’alimentazione sono i cibi più conditi, ovvero con più grassi, zuccheri e sale, a vincere il favore dei consumatori, nel mondo della comunicazione sono i contenuti “immediatamente appetibili e poco impegnativi” ad attrarre maggiormente. In entrambi i casi sono proprio questi i prodotti più responsabili di effetti collaterali negativi: sovrappeso e malattie nel primo caso, e insoddisfazione nel secondo. In primissima istanza, si impone quindi la necessità di una riduzione del tempo speso in attività media-oriented e una più oculata integrazione di queste con attività di altra natura.
A questa strategia di base, si aggiungono strategie selettive dell’enorme offerta mediale della quale dispongono i consumatori oggi. Una tale offerta, oltre a fornire indubbi e numerosi benefici in termini di conoscenza, informazione e svago, implica anche un “consumo d’impulso” sapientemente orchestrato dall’industria della comunicazione. Da qui la necessità di progettare e porre in essere delle “competenze digitali informazionali”, ovvero competenze per valutare le fonti e l’affidabilità dei contenuti, identificandone le possibili distorsioni. Inoltre, Gui rileva che a un’estesa disponibilità di contenuti, che può tradursi in disorientamento cognitivo, si aggiunge una crescente possibilità di personalizzare/filtrare i contenuti in base alle proprie preferenze, anche questo con effetti discutibili. Anche in questo caso, infatti, accanto a indubbi benefici, si affianca il rischio di una ghettizzazione e polarizzazione delle opinioni in nicchie di interesse, coese al proprio interno, ma poco aperte al confronto con l’esterno.
Una terza problematica riguarda la difficoltà di concentrazione per lungo tempo su un solo oggetto per effetto di modalità cognitive multitasking a bassa soglia di attenzione e, quindi, la necessità di sviluppare capacità di gestione di quest’ultima che permettano di passare dalla modalità di “navigazione” a quella di “approfondimento” a seconda delle necessità e sfruttando le opportunità di entrambe. Citando alcune ricerche in proposito, Gui sostiene che «la mente umana non dà il meglio dove il multitasking e l’ipertestualità sono le uniche modalità possibili per il lavoro cognitivo». Soprattutto nei contesti di formazione, potrebbe risultare controproducente sostituire tout court l’impostazione lineare e logico-razionale del sapere tradizionale con modalità comunicative più frammentate, emotive e reticolari. Più saggiamente, suggerisce, occorre imparare a mettere in gioco al tempo stesso facoltà cognitive ed emotive, ovvero integrare le modalità tipiche della Rete con modalità che richiedono un più elevato livello di concentrazione, anche perché è stato rilevato che la difficoltà di gestione delle proprie capacità di concentrazione provoca fenomeni di frustrazione e insoddisfazione.
Infine, la quarta problematica investe la sfera delle relazioni interpersonali e le contraddizioni cui essa va incontro in un contesto non sempre ben integrato tra relazioni offline e online. Anche in questo caso la metafora della sovrabbondanza si declina come accrescimento esponenziale della possibilità di entrare in relazione con altri in momenti, modi e contesti assolutamente inediti, con esiti però non sempre positivi relativamente al grado di soddisfazione di vita. Le riflessioni che si impongono a questo proposito riguardano la difficoltà di gestione della propria e altrui privacy ma anche l’impoverimento delle relazioni stesse entro logiche di “amicizia” e “compresenza” che spesso risultano superficiali e frammentarie. Occorre imparare a integrare rapporti che si limitano a un livello superficiale – ma vantaggioso, per esempio, nel reperimento di informazioni – con relazioni che implicano un maggiore investimento emotivo e cognitivo, e un temporaneo sottrarsi alla sovrabbondanza di stimoli del flusso comunicativo.
Il libro si chiude con alcune interessanti riflessioni sulla dimensione pubblica di queste problematiche. Il tema di una corretta gestione dei media è certamente un’esigenza individuale ma, sottolinea Gui, ha anche un grande valore pubblico nell’ottica del generale sviluppo del capitale sociale e umano di una comunità. Occorrono pertanto politiche pubbliche in grado di incidere sulla predisposizione delle condizioni per un consumo consapevole dei media da parte di tutti i cittadini, politiche pubbliche che riguardano, in particolare, la scuola e la formazione, il cambiamento culturale nei riguardi della tecnologia e infine il rapporto con l’industria dei media.
Pur dedicando relativamente poco spazio a un approfondimento degli aspetti mediaeducativi più stretti, le dense analisi che Gui conduce degli effetti del mediascape contemporaneo sul piano sociale, psico-cognitivo e relazionale, costituiscono una base conoscitiva di indubbio valore per la riflessione e la pratica mediaeducative.
 
Gianna Cappello


[2] Il libro è anche scaricabile in licenza Creative Commons alla URL http://www.danah.org/books/ItsComplicated.pdf (Accesso 15/05/2013).

[3] http://www.danah.org/itscomplicated/

[4] L’espressione inglese «the kids are all right», resa con «I ragazzi stanno bene», allude al fatto che molti dei pericoli sulla rete immaginati dagli adulti stanno più nelle loro paure che nella realtà delle cose. Di fatto il leitmotiv dell’intero libro.

[5] Turkle S. (2012), Insieme ma soli, Torino, Codice Edizioni (ed. or. Alone Together. Why We Expect More from Technology and Less from Each Other, New York, Basic Books, 2011).

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