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Recensioni
Vol. 5, n. 2, anno 2014

H. Gardner, K. Davis
Generazione app. La testa dei giovani e il nuovo mondo digitale
Feltrinelli, Milano 2014
Tre generazioni che si confrontano: quella di Howard, cresciuto negli anni cinquanta, quando il numero dei computer a livello globale era ancora calcolabile; quella di Katy, cresciuta tra la fine degli anni ottanta e gli anni novanta, quando la disponibilità delle tecnologie nella scuola era piuttosto limitata; e quella di Molly, la sorella di Katy, che non ricorda un periodo della sua vita senza computer, Facebook e smartphone. Tre temi, ossia il senso di identità personale, le relazioni di intimità con gli altri e la capacità creativa/immaginativa, analizzati dal punto di vista delle trasformazioni che identità, intimità e immaginazione stanno subendo per effetto delle tecnologie. Sono questi gli ingredienti essenziali che informano e strutturano il volume dello psicologo nordamericano Howard Gardner, noto per la sua celebre teoria delle intelligenze multiple, e Katy Davis, Assistant Professor presso l’Information School dell’University of Washington.
Attraverso la raccolta e l’esame di un ampio e anche originale materiale di ricerca, che comprende interviste ad adolescenti, focus group con operatori che lavorano con le nuove generazioni, tipicamente insegnanti ed educatori, e una vasta analisi comparativa delle produzioni artistiche giovanili realizzate nel periodo 1990-2011, gli autori esplorano in che senso le generazioni digitali siano diverse da quelle che le hanno precedute in riferimento ai temi sopra menzionati. Il volume viene così ad inserirsi nell’ormai noto dibattito sui cosiddetti «nativi digitali», un’espressione coniata da Prensky nel 2001, che ha conosciuto grande successo, essendo stata ampiamente ripresa quasi come un mantra nella letteratura su media, tecnologie e nuove generazioni, ma che è stata anche molto contestata sia per la scarsa fondatezza empirica delle tesi presentate sia per il determinismo tecnologico implicito che caratterizza le assunzioni del suo ragionamento (per un approfondimento del dibattito si rimanda a Ranieri M., Le insidie dell’ovvio. Tecnologie educative e critica della retorica tecnocentrica, ETS, Pisa 2011).
In realtà, gli autori di Generazione App prendono le distanze dall’uso disinvolto di certe etichette, definite come ambigue o discutibili, e chiariscono nel corso del volume che l’obiettivo è quello di comprendere meglio che cosa significhi crescere nell’era delle app: insomma, non si tratta tanto di ‘rottamare’ l’attuale società per affidarsi alle magnifiche sorti tecnologiche, come auspicato da Prensky per soddisfare i bisogni dei «nativi digitali», ma di accorciare le distanze intergenerazionali attraverso un dialogo orientato alla comprensione di un futuro che è già. Da questo punto vista, è bello l’approccio di Gardner che si mette in gioco a tutto tondo per farsi spiegare da Molly ‘il mondo come va’. Ne deriva prima di tutto una definizione – che è anche una tesi – condivisa della nuova generazione, chiamata «Generazione app». Come spiegano gli autori, «La nostra tesi è che i giovani di quest’epoca non solo sono immersi nelle app, ma sono giunti a vedere il mondo come un insieme di app e le loro stesse vite come una serie ordinata di app – o forse, in molti casi, come un’unica app che funziona dalla culla alla tomba. […] Tutto ciò che un essere umano può desiderare deve poter essere fornito da una app; se la app richiesta non esiste, deve essere rapidamente inventata da qualcuno (magari dalla stessa persona che ne ha bisogno); se nessuna app adatta può essere immaginata o inventata, allora il desiderio (o la paura, o il dilemma) semplicemente non ha importanza (o almeno non dovrebbe)» (p. 19).
Le conseguenze di questa ‘appizzazione’ dell’esistenza e, più in generale, del mondo vengono indagate sia in termini di rischi che di opportunità rispetto ai tre temi, identità, intimità, immaginazione. Da un lato, le nuove generazioni si caratterizzano per «un sé sempre più esteriorizzato e confezionato» (si pensi tipicamente alla gestione delle informazioni personali di un profilo su Facebook) e «una crescente ansia e avversione al rischio» (se c’è un app per tutto, perché rischiare?); dall’altro, si assiste ad «un ampliamento della gamma delle identità accettabili», in quanto le app permettono di accedere ad esperienze collocate al di fuori di ambienti noti e familiari. Passando alle relazioni di intimità, le criticità maggiori derivano dal fatto che le app vengono utilizzate dagli adolescenti come delle scorciatoie per la gestione delle relazioni interpersonali, scorciatoie che rendono le interazioni «molto più veloci, più semplici e meno rischiose». Ma se non si è disposti a correre rischi, osservano gli autori, «non potremo connetterci realmente con gli altri (isolamento), e se non ci connettiamo realmente con gli altri non saremo mai in grado di metterci nei loro panni (empatia)» (p. 115). Se però le app sono usate per arricchire, e non sostituire le relazioni vis-à-vis, possono rendere i legami anche più profondi. Infine, quanto all’immaginazione, le app possono risultare limitanti: «gli atti creativi vengono limitati dalla specifica struttura dell’applicazione e dalle decisioni del programmatore che l’ha inventata» (p.142). All’interno di queste limitazioni, le app ci forniscono anche nuovi strumenti per allenare la capacità immaginativa, nel senso di una creatività con la «c» né minuscola né maiuscola, ma media. La creatività con la «c» media amplia le possibilità espressive delle persone, e questo è un bene, ma a differenza della creatività con la «c» maiuscola non conduce a produzioni veramente innovative. Insomma, nell’era delle app le nuove generazioni possono crescere come app-dipendenti, ossia riluttanti al rischio, tendenti all’isolamento e appiattiti sulle forme espressive suggerite dalle applicazioni, oppure app-attive, vale a dire curiose di esplorare nuovi territori, desiderose di costruire legami significativi, protagoniste nell’utilizzo dei media per esprimersi e partecipare. La tecnologia pertanto determina solo in parte l’esito della relazione tra «la testa dei giovani e il nuovo mondo digitale». Coerentemente con quanto la media education sostiene da tempo, non si tratta né di difendere i giovani dalle tecnologie né di ‘salvare’ i giovani con le tecnologie, ma di promuovere la loro consapevolezza dei media per renderli cittadini app-attivi del mondo che verrà.
 
Maria Ranieri
 
 
 
J. van Dijck
The Culture of Connectivity. A Critical History of Social Media
Oxford University Press, Oxford 2013
 
Che differenza c’è tra «connessione» (connection) e «connettività» (connectivity)? Tra «socialità» (sociality) e «web sociale» (social web)? Tra «microsistema» (microsystem) ed «ecosistema» (ecosystem)? Su queste coppie di opposti apparenti si gioca il lungo saggio di José van Dijck, professore di Comparative Media Studies all’Università di Amsterdam, su come l’avvento del Web 2.0 e dei social media stia rivoluzionando in maniera significativa lo scenario delle nostre relazioni umane e sociali. Preferendo al termine social media quello di Connective Media, l’autrice propone un framework concettuale in grado di analizzare lo scenario odierno ormai pervaso di decine di piattaforme sociali.
Rifacendosi alla tradizione dei critical studies, l’approccio della teoria dell’attore-rete (actor-network theory) di Bruno Latour, Michel Callon e John Law, viene combinato con quello dell’economia politica (political economy) di Manuel Castells, al fine di rispondere a domande quali: Che cosa è «sociale» nei social media? Come fanno le piattaforme sociali a modellare e a pervadere i diversi tipi di socialità? Che cosa significa quando «coloro che detengono il potere» parlano di voler rendere il web sempre più sociale e che la privacy è solo una norma soggetta a cambiare? Come fanno i «programmatori» a codificare la socialità?
Per rispondere a queste domande, José van Dijck elabora un modello concettuale multistrato in grado di spiegare la natura di costrutti socio-culturali e di strutture socio-economiche di molti servizi sociali che popolano il Web 2.0. Facendo ricorso alle categorie di «tecnologia», «utenti e uso», «contenuto», «proprietà», «struttura di governo» (governance) e «modello di business», i più diffusi ambienti tecnologici vengono passate al setaccio, con l’obiettivo di disassemblarne i microsistemi che li impregnano e riassemblarne gli ecosistemi che vengono alla luce.
Ecco quindi che i microsistemi di Facebook, Twitter, Flickr, YouTube e Wikipedia, che secondo l’autrice occupano una posizione di primo piano nel grande ecosistema dei Connective Media, vengono analizzati con l’intento di esplicitare come i meccanismi che guidano la realizzazione dell’interfaccia, l’indirizzamento degli utenti verso certi comportamenti, il filtraggio dei contenuti, e i modelli di business, soggiacciano a determinati principi ideologici condivisi.
Le più importanti piattaforme sociali vengono così decostruite rispetto al loro tema centrale: per Facebook l’imperativo è quello della «condivisione», per Twitter il paradosso è quello del «following» e «trending», Flickr si tiene in equilibrio tra «comunità» e «commercio», YouTube si basa sull’intima connessione tra «televisione» e «condivisione di video», mentre il principio cardine di Wikipedia è quello della «neutralità».
Le riflessioni chiave dell’autrice poggiano sull’osservazione di un cambio di scenario epocale. Il passaggio dalla comunicazione in rete, così come è stata resa possibile fin dai primi servizi di Internet, quali email, mailing list, forum, ecc., alla socialità in rete costituisce un crocevia importante nel modo in cui viene concettualizzata la stessa socialità: oggi le piattaforme sociali non consentono più solo di creare un gruppo in rete e di scegliere se farne parte o meno, ma diventano proattive nel momento in cui suggeriscono nuovi amici su Facebook, creano automaticamente una rete di contatti in un servizio a partire dalla rete di amici di una piattaforma ‘sorella’ o comunque affiliata, o mostrano all’interno di Facebook inserzioni pubblicitarie di siti visitati su Google.
Questa transizione da una cultura della partecipazione ad una cultura della connettività solleva non pochi dubbi e perplessità rispetto al reale potere partecipativo e di costruzione di reti sociali che come utenti crediamo di possedere. Secondo l’autrice, in realtà i meccanismi di potere che soggiacciono alle piattaforme sociali governano i nostri comportamenti ‘sociali’ attraverso dispositivi sempre più complessi ed interconnessi, talvolta in competizione tra di loro (si pensi allo sviluppo di app che diventano competitive con lo stesso servizio per il quale erano state originariamente create). La maggiore partecipazione richiede costi sempre più alti in termini di monetizzazione delle informazioni che ciascuno di noi rende disponibili in rete, attraverso complessi meccanismi economici di cui sempre più difficilmente si riesce a tracciare il percorso e rintracciare la natura. Anche la crescente interoperabilità tra piattaforme e servizi sta configurando uno scenario in cui chi detiene la governance della nostra socialità in rete sono sempre meno attori e sempre più grosse corporation che stringono accordi tra di loro.
La socialità in rete raccontata da José van Dijck può risultare a tratti sconfortante, persino terrorizzante, nel suo mettere in luce l’intreccio di potere economico e di dispiegamento ideologico effettivamente implementato da Facebook, Twitter, Flickr, YouTube e Wikipedia. A tratti la sensazione è quella di essere ormai avviluppati dentro un meccanismo al quale non ci si può sottrarre, ma rispetto al quale non possiamo essere più attori liberi. Tuttavia, la stessa autrice conclude il libro con una nota di speranza, ricordandoci che Internet continua ad essere modellato anche da nicchie minoritarie che mettono in discussione i modelli dominanti e che offrono ipotesi di aggregazione sociale alternative. Essere consapevoli di una realtà composita in continuo mutamento, seppur dominata in questo momento da pochi colossi, induce ad acquisire maggiore consapevolezza e a operare, di conseguenza, scelte sempre più informate e avvedute.
 
Stefania Manca

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